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Uso prolungato e cronico degli IPP: cosa può provocare?




Sono noti con la sigla IPP, ma il loro nome esteso è inibitori di pompa protonica ,sono principi attivi appartenenti al cosiddetto gruppo dei farmaci gastroprotettori.


Il loro nome è dovuto al meccanismo d'azione con il quale agiscono e grazie al quale sono in grado di inibire la produzione di acido cloridrico a livello gastrico, infatti risultano indicati in tutti quei casi in cui è necessario ridurre la secrezione acida dello stomaco con conseguente effetto "protettivo" sulla mucosa gastrica.


Tra tutti gli inibitori di pompa protonica quello maggiormente diffuso ed utilizzato è l'omeprazolo, ma vi sono moltissimi IPP largamente utilizzati, tra cui:

  • Il pantoprazolo
  • Il lansoprazolo
  • L'esomeprazolo
  • Il rabeprazolo


Anche la facile somministrazione, la più comune infatti è per via orale, ha fatto si che negli ultimi anni in Italia vi è stato un vero e proprio exploit nell'utilizzo di IPP:  nel nostro Paese pantoprazolo, lansoprazolo e omeprazolo figurano nella top ten dei farmaci più prescritti.


La somministrazione di PPI si può associare ad un numero di effetti avversi rari, ma potenzialmente molto seri – afferma con vigore il dottor Todd C. Lee, specialista in medicina interna presso il Dipartimento di Medicina della McGill University Health Centre, Montréal (Canada) – Si tratta di eventi non frequenti, ma se rapportati alla moltitudine di persone in trattamento con questi farmaci, decine di milioni nel mondo, il loro impatto diventa decisamente rilevante.


L’assunzione prolungata può essere infatti gravata da effetti collaterali. Al punto che sia la FDA che Health Canada hanno lanciato degli allarmi sulla loro safety, soprattutto per quanto riguarda il rischio di infezioni da Clostridium difficile, di fratture e di grave ipomagnesemia.


E' chiaro quindi che gli IPP dovrebbero essere prescritti al dosaggio inferiore e per il minor lasso di tempo possibile, in relazione alla condizione trattata . E non certo all’infinito e senza alcuna rivalutazione, come purtroppo troppo spesso avviene.


Gli IPP sono una delle categorie di farmaci più prescritti in Italia, nonostante le raccomandazioni dell’AIFA e le limitazioni imposte: si stima, infatti che gli utilizzatori siano circa 3,5 milioni, il 21% della popolazione totale. Il loro utilizzo inoltre aumenta con l’aumentare dell’età, raggiungendo una prevalenza d’uso del 60% nei soggetti con età pari o superiore ai 75 anni.



Come funzionano gli IPP?

Gli inibitori di pompa protonica sono in realtà dei pro-farmaci, ovvero dei farmaci che si attivano solo in un ambiente acido: vanno ad inibire in maniera specifica l'enzima H⁺/K⁺ ATPasi, noto appunto come pompa protonica, presente sulle cellule che rivestono lo stomaco e che sono deputate alla produzione di succhi gastrici .In questo modo viene inibito l’ultimo passaggio della produzione di acido cloridrico nello stomaco. Tale inibizione è dose-dipendente e interessa tanto la secrezione a digiuno (o acida basale) che quella indotta dall'assunzione di cibo.


Effetti indesiderati: 

Gli IPP sono sostanzialmente farmaci sicuri, anche se come qualsiasi altro farmaco possono causare effetti collaterali, soprattutto quando se ne fa un uso prolungato:

  • cefalea
  • diarrea
  • rush cutaneo
  • reazioni anafilattiche


A lungo termine possono invece causare effetti più severi come uno scarso assorbimento e conseguente carenza di vitamina B12, magnesio e calcio, tutti importanti per il sistema muscolo-scheletrico. 


Come abbiamo detto gli IPP modificano il pH dello stomaco, favorendo lo sviluppo di infezioni intestinali, come quelle causate da Helicobacter Pylori o Clostridium Difficile. Queste infezioni sono piuttosto pericolose perché possono portare alla comparsa di tumori allo stomaco o all’intestino.


Riportiamo di seguito un tratto di una ricerca condotta da una Università Americana: 


E' da evidenziare, purtroppo, anche un aumento del 25% della mortalità in chi assume inibitori di pompa protonica. Uno studio di coorte che ha coinvolto 350.000 persone seguite per più di 5 anni negli USA ha fatto emergere che il rischio aumenta con l'aumentare dell’esposizione, tanto che chi li assume per 3-6 mesi si espone ad un aumento della mortalità pari al 17% rispetto a chi li prende da meno di un mese , e chi li assume per 1-2 anni si espone ad un aumento del rischio del 51% in più rispetto a chi li assume per minor tempo. Tenendo presente che uno studio di coorte non può stabilire con certezza un rapporto di causa-effetto, i dati prodotti sembrano essere coerenti con quelli riportati da una revisione sistematica di 6 precedenti studi retrospettivi: questa revisione documentava un aumento della mortalità generale e cardiovascolare in tutti quei pazienti che assumevano IPP.


Per concludere è bene quindi sapere che gli IPP, come molti altri farmaci, sono preziosi, ma il loro uso prolungato può senza dubbio causare problematiche rilevanti.


N.B. Le informazioni contenute in questo articolo sono da considerarsi puramente informative e NON sostituiscono il parere di un medico.





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